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LIBRI PUBBLICATI...
libri di Gianni Viola

LA VERITÀ SULLA FINE DELL'U.R.S.S.

 
di Gianni Viola
Prospettiva Editrice
pagg. 216 - 22 foto b/n - € 14,00
Per ordinare: www.ibs.it

 

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L'ARGOMENTO »

PREFAZIONE:

Già negli anni Settanta, nei paesi sviluppati, l'espansione del dopoguerra aveva lasciato il posto ad un lungo periodo di stagflazione, ad una profonda crisi fiscale dello Stato e ad una crescente ondata di proteste. Gli shock petroliferi - che contribuirono all'espansione dei mercati finanziari internazionali, impegnati nel riciclaggio dei petrodollari - e la conseguente crisi del debito internazionale accelerarono la trasformazione del FMI e della BM in strumenti di diffusione delle politiche monetariste (neoliberiste) attraverso la negoziazione di programmi di stabilizzazione e aggiustamento strutturale.

A dare ulteriore impulso alle tendenze innescate dalle politiche neoliberiste di crescita basata su esportazioni, rigore fiscale, deregolamentazioni, privatizzazioni e distruzione dello stato sociale (i dettami del "Washington Consensus") fu il crollo dell'Unione Sovietica, che generò un vuoto enorme nel sistema internazionale. La sua scomparsa e quella dei regimi comunisti nell'Europa centro-orientale, simboleggiata dal crollo del muro di Berlino, suscitò un enorme entusiasmo in coloro che lessero in questi eventi il trionfo dell'Occidente e del suo modello di sviluppo, con la vittoria indiscutibile del liberismo e la scomparsa di ogni altro riferimento ideologico rivale, e che affermarono ottimisticamente che il libero mercato e la democrazia liberale rappresentavano il punto di approdo "naturale" dell'organizzazione sociale. Insomma, "la fine della storia", nella nota formulazione di Francis Fukuyama.

Ma perché l'Urss ad un certo punto implode? Questa è la domanda a cui cerca di rispondere Gianni Viola con il suo libro, dimostrando con una ricca messe d'informazioni il grande nesso che lega la dissoluzione del Secondo Mondo con la più ampia strategia statunitense di colonizzazione del mondo, supportata ideologicamente prima dalla teoria della modernizzazione, successivamente dal grande dibattito sulla globalizzazione, entrambi versioni aggiornate del vecchio concetto occidentale di "missione civilizzatrice" e legittimazioni, in forma moderna, dei nuovi colonialismi. La mutazione terminologica non ha, di fatto, comportato l'abbandono delle idee, dei pregiudizi e delle pratiche del passato, ma li ha ripresentati in una veste più attuale e a malapena più sofisticata.

Non mi soffermerò sulla strategia americana, che ha ispirato negli ultimi anni la politica estera degli Stati Uniti. Rimando, a tale proposito, alla lettura nel libro delle appendici che parlano di Natan Sharansky "capo carismatico dei russi emigrati in Israele", inventore della retorica del colonialismo moderno e della necessità di democratizzare il mondo "con la punta del fucile"; colui che ha ispirato idealmente l'ex presidente americano George W. Bush, impegnato a tutto campo nella lotta contro "the axis of evil", usando la forza in nome di un fondamentalismo umanitario, che enfatizza il dovere dei paesi occidentali di tutelare la democrazia e i diritti dell'uomo in ogni angolo della terra. Un vero paradosso della modernità, che pone al suo centro il motivo del popolo eletto, del "Manifest Destiny", e che ha trasformato l'ideologia americana in ideologia della guerra globale. Un'ideologia che la politica degli Usa ha sprigionato al fine di legittimare, in nome della democrazia capitalistica, il dominio forzato sul mondo.

Fa bene Gianni Viola ad aprire il suo libro, sottolineando che dalle ceneri dell'Urss "derivarono tutti gli episodi distruttivi, che hanno caratterizzato l'ultimo ventennio, dal 1989 al presente, così la prima e la seconda guerra all'Irak (1990-2003) e la guerra del Kosovo e prima ancora una serie di attacchi e provocazioni alla Jugoslavia (1990-1999), senza contare tutta la faccenda del 2001 (il cosiddetto '11 Settembre') con la conseguente e 'pretestuosa' aggressione all'Afghanistan. Fino a giungere, da ultimo, a tutte le provocazioni degli USA, di concerto con l'Europa, nei confronti della Russia, vedi ad esempio i fatti di Georgia e la recente Guerra del Gas con l'Ucraina, facente parte della strategia di accerchiamento occidentale, contornato di 'rivoluzioni colorate'...". Tutto ciò non è, infatti, altro che l'epilogo (finale?) del disegno egemonico messo in atto da decenni dagli Usa (con il beneplacito e, in taluni casi, con il concorso dei suoi alleati occidentali), entro il quale era compreso il piano di demolizione dell'Urss.

Tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta, la teoria elaborata da Zbigniew Brzezinski - che aveva individuato un "arco di crisi" che dal Marocco si estendeva fino al Pakistan - indicava la possibilità di minare l'influenza sovietica mobilitando in quelle zone "l'arco dell'Islam". Ma la prima direttiva americana per l'organizzazione di aiuti militari e finanziari ai gruppi integralisti islamici in Afghanistan e nel Caucaso (firmata da Carter il 3-07-1979), a sostegno dell'jihad dei mujaheddin contro "il regime dei comunisti atei senza Dio", segnava anche l'inizio dell'irruzione del terrorismo islamico in regioni che erano oggetto degli appetiti atlantici per via dello sfruttamento e del trasporto di risorse naturali come gas e petrolio. Di ciò l'intelligence americana ne era consapevole. D'altro canto, perché non sfruttare il terrorismo islamico facendone il catalizzatore di un'insurrezione violenta nel "ventre molle" dell'Urss?

Oggi i mujaheddin afghani (i taleban) sono nemici dichiarati degli americani. Tuttavia, costoro, un tempo, furono osannati da Carter, Reagan, riconosciuti da questi ultimi come combattenti religiosi (di cui faceva parte anche Osama bin Laden), o meglio ancora come "combattenti per la libertà". Ciò perché i mujaheddin erano una delle forze di resistenza all'invasione sovietica.
All'inizio degli anni Ottanta Reagan aveva riportato alla Casa Bianca il realismo conservatore duro e puro, che poteva essere riassunto nel modo seguente: "il nemico del mio nemico è mio amico". Arrivarono così dagli Usa e dal Pakistan verso l'Afghanistan finanziamenti e aiuti militari, addestratori inclusi, che furono fondamentali per il crollo dell'Urss, che si ritirò dopo ingenti perdite nel 1985, quando ormai era stata coniata l'espressione "Impero del Male" nei suoi confronti. Come ci racconta Viola, la dissidenza sovietica affiancò allora l'egemonia imperialistica americana, parteggiando con le bande dei musulmani criminali. Tra questi ultimi figurava il capo militare e uomo politico afghano Gulbuddin Hekmatyar, noto per la crudeltà con cui sfigurava, usando l'acido, le donne, a suo dire non in linea coi precetti islamici, e per le pratiche di lento scuoiamento vivo dei nemici e di amputazione di dita, orecchie, naso e genitali. Anche alla dissidenza sovietica va, quindi, "il merito di avere reso possibile l'instaurazione in Afghanistan di uno dei regimi islamici più sanguinari della terra, quello dei Taleban" (Viola).

In seguito, quando l'Urss ormai non esisteva più sulla carta geografica, sempre Brzezinski, nel suo saggio "Il grande scacchiere. L'egemonia americana e i suoi imperativi geopolitici" (titolo originale del saggio: "The Grand Chessboard"), pubblicato nel 1997, aveva consigliato agli Usa d'indebolire la Russia, sino a smembrarla del tutto:
  • dando un forte sostegno all'Azerbaijan, Uzbekistan, Tadgikistan e (al di fuori di quest'area) all'Ucraina, poiché questi paesi erano pilastri geopolitici essenziali. Soprattutto l'Ucraina, che avrebbe influito sull'evoluzione futura della Russia. Se Mosca avesse riconquistato il controllo dell'Ucraina con i suoi 52 milioni di abitanti e grandi risorse naturali, oltre che l'accesso al Mar Nero, la Russia automaticamente avrebbe riconquistato le condizioni che ne avrebbero fatto un potente stato imperiale esteso fra Asia ed Europa;
  • tagliandola fuori dai giacimenti del Caspio e isolandola politicamente per sempre. Brzezinski non ha mai fatto mistero d'indicare nella zona caspica una necessaria e prioritaria terra da acquisire, per il suo interesse geo-economico, nello spazio vitale degli Usa.
Il pensiero di Brzezinski si è materializzato a partire dal 1995 con l'avvio del "Grande gioco caspico del petrolio", ossia da quando gli Usa sono prepotentemente entrati nell'area caucasica e transcaucasica, usando in primis come avamposto la Georgia. Per perseguire questo piano gli Usa hanno utilizzato tutti i mezzi possibili. Dai finanziamenti del "Carnegie Endowment for International Peace" e della "Soros Foundation", che ha strappato il potere in Georgia a Shevarnadze per consegnarlo ai "liberali" filo-americani, ad altre fondazioni "private" americane, come la "National Endowment for Democracy", l'International Republican Institute", sino ai think-tank tedeschi - la "Konrad Adenauer Foundation" (cristiano-democratico) e la "Friedrich Ebert Foundation" (socialista), che hanno organizzato la minoranza cattolica ucraina, nazionalista e antirussa e foraggiato fondi al candidato filo-occidentale ucraino. Ovviamente, nell'elenco è compreso l'"Open Society Institute", una fondazione "culturale" di Soros, ed altri network. Per comprendere il ruolo di queste "reti d'ingerenza democratica", rimando ad un'appendice del libro di Viola, dove è documentata, ad esempio, l'attività della "National Endowment for Democracy" (NED), sopra richiamata, una "fondazione statunitense per la democrazia (...) creata da Ronald Reagan per perpetrare le azioni segrete della CIA, fornendo apporto finanziario e manipolando le organizzazioni sindacali, le associazioni e i partiti politici. (...) La NED proclama di aver creato interamente il sindacato Solidarnosc in Polonia, la Carta dei 77 in Cecoslovacchia e Otpor in Serbia. Inoltre, si congratula di aver creato sia la radio B29 sia il giornale Oslobodjenje nell'antica Yugoslavia e un sacco di nuovi media indipendenti nell'Iraq liberato". E tutto questo sulla base del suo principio ispiratore: "Ciò che è bene per l'America, è bene per il mondo".

Fu costituita, sempre in funzione antirussa, la PAUCI (Poland-America-Ucraine Cooperation Iniziative nel 1998) e nel 1999 venne varata la legge americana chiamata "Silk Road Strategy Act", da cui nacque nel 2001 un'alleanza regionale fra Georgia, Ucraina, Azerbaijan e Moldavia (GUAM). Furono, inoltre, sanciti rapporti di collaborazione tra Georgia e Nato (Partnership for Peace, nel- 2004). Tralascio, per ragioni di brevità, la partita della costruzione degli oleogasdotti gestiti da consorzi costituiti da multinazionali americane, israeliane ed europee. Tutti questi corridoi energetici hanno tagliato fuori la Russia dalle rotte post-sovietiche dell'oro nero e del gas. Per la loro costruzione si era attinto ai Fondi pubblici internazionali ("International Finance Corporation" - membro del gruppo della BM - e "Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo" - BERS). I profitti sarebbero stati, invece, ripartiti tra le varie compagnie petrolifere private.

Tra il 2000 e il 2005 si ebbe la stagione delle rivoluzioni "colorate", di cui accenna anche Viola, finanziate dalle suddette "reti americane d'ingerenza democratica". Come ho già affermato, a titolo di esempio, la rivoluzione delle rose in Georgia fu sovvenzionata dall'ungherese, naturalizzato americano, Soros (noto anche per aver armato i ribelli ceceni in funzione antirussa), con lo scopo di appoggiare la candidatura a presidente della Georgia del filo-americano Saakashvili (che poi ha assunto quella carica nel 2004), di cui si sa aver sostenuto, ospitandolo più volte, il terrorista ceceno Shamil Basayev. Ma ciò non stupisce affatto dato che è sempre stata degli americani e dei suoi fiancheggiatori la politica del perseguimento dei loro fini attraverso giri di valzer: dopo aver per anni martellato sulle gravi violazioni dei diritti umani in Cecenia e aver ricevuto il presidente indipendentista Aslan Maskhadov con gli onori di un capo di stato (costui, tra l'altro, in più interviste parlò di "mandanti degli attentati dinamitardi in Cecenia molto lontani dalle frontiere e di strani emissari che cercavano di persuadere i ceceni a forare l'oleodotto Bakù-Novorossiysk controllato dalla Russia" - il riferimento agli americani è direi scontato!), gli Stati Uniti hanno poi confortato le tesi del Cremlino riconoscendo che i guerriglieri ceceni annidati nelle gole di Pankissi, in gran parte costituiti da volontari jihadisti arabi seguaci di Khattab, rappresentavano un fronte locale di Al-Qaeda. Il "linkage" guerriglia cecena = terrorismo = Al-Qaeda ha successivamente determinato una nuova e decisiva presenza americana sul fianco meridionale della Russia; una presenza che assume ancora una volta la forma di un arco che a partire da Occidente, cioè dalla Turchia e dalla base di Incirlik si sviluppa poi nel Caucaso, nell'Asia centrale e in Afghanistan terminando con le Filippine, e che definisce una vera e propria architettura imperialistica americana.

Un disegno "diabolico", quello americano, che ha sferzato le sue forze più aggressive ed eversive per l'accerchiamento e l'asservimento della Russia. In questo piano sono pure rientrati:
  • l'espansione della Nato nell'Est europeo (dalla prima espansione del 1999 - Polonia, Cechia, Ungheria - a quelle del marzo 2004 - Estonia, Lettonia e Lituania, che hanno sbarrato la frontiera baltica; Slovacchia, che completava la chiusura dell'Europa centrale; Slovenia e, soprattutto, Bulgaria e Romania, che sigillavano la frontiera occidentale del Mar Nero, estendendone il controllo Nato dalla Georgia al delta del Danubio);
  • la disgregazione della Federazione iugoslava. Una tragedia immane, che ha innescato sanguinose e disumane guerre civili ispirate al principio della "pulizia etnica", cioè allo sterminio degli avversari. Il delicato equilibrio tra le varie nazionalità, raggiunto grazie alla mano ferma e forte del maresciallo croato (e cattolico) Jozip Broz Tito, veniva di nuovo soppiantato dalle lotte nazionali e dall'odio etnico - come rileva giustamente Gianni Viola nel suo libro;
  • la ratifica nel 2007 da parte del Congresso Usa della legge sull'ingresso dell'Ucraina e della Georgia nella Nato: "Il Congresso degli USA invita i suoi alleati della NATO a lavorare con gli USA per la realizzazione del ruolo che la NATO gioca nel progresso della sicurezza globale, e, nella prospettiva del suo allargamento, ad accettare come nuovi membri dell'alleanza gli stati che ne sono degni, e in particolare a connettere la Georgia al piano di appartenenza alla NATO...";
  • le negoziazioni tra Stati Uniti e i due stati di Polonia e Cechia, con le quali nel 2008 la Repubblica Ceca dava il via libera alla richiesta nordamericana d'installare sistemi Radar antimissilistici sul suo territorio, mentre la Polonia - d'installare ordigni nucleari a media e lunga gittata;
  • l'attacco della Georgia alle regioni separatiste di Abkhazia e Ossezia meridionale, che ha causato il contrattacco russo. Un contrattacco che l'ex vice-presidente americano Dick Cheney si era affrettato a definire come "un'aggressione contro gli americani". In realtà, tutti sanno che gli americani avevano armato e addestrato l'esercito georgiano. Anche Ucraina ed Israele (Army radio - radio dell'esercito israeliano) non avevano nascosto il fatto di aver fornito ai georgiani grossi quantitativi di armamenti per aggredire le due regioni indipendentiste filo-russe;
  • il conflitto russo-ucraino del gas, fomentato anch'esso in funzione antirussa. Basti solo riflettere sul fatto che Viktor Yushenko, attuale presidente dell'Ucraina, è tuttora il leader indiscusso dell'opposizione filo occidentale nel suo paese, e che è sposato con Kateryna Chumachenko, membro influente dell'Ukrainian Congress Commitee of America (la lobby ucraina a Washington), già funzionario del governo di Bush senior e attiva collaboratrice di Brzezinski;
  • infine, il flusso crescente di denaro occidentale a favore di Ong straniere che lavoravano in Russia (definite da Putin "burattini di organizzazioni occidentali"), con l'intento d'interferire nelle questioni interne dietro il pretesto dell'ideologia democratica. Ma il fine - affermava Putin - era un altro: l'acquisizione in maniera unilaterale di vantaggi destinati a proteggere gli interessi delle potenze occidentali. Zjuganov aveva di recente affibbiato a queste Ong, e ai vari movimenti russi filo-occidentali racchiusi sotto lo slogan "Marcia dei dissidenti", il "ruolo di 'quinta colonna' diretta dai servizi segreti americani e dagli agenti della Cia".
È possibile, come fanno alcuni osservatori politici occidentali, sostenere tout court la tesi che la Russia stia "soffrendo di una sindrome di grande potenza che ha perso l'impero" e che concepisce, di conseguenza, tutti questi fatti in modo paranoico, come un "complotto ordito a suo danno"? E come interpretare, allora, il ricatto americano di smembrare Gazprom (parte estrattiva e parte distributiva) nel periodo della crisi asiatica? E che dire dell'adesione dei Paesi Baltici alla proposta di George W. Bush di costruire un "fronte unico in funzione antirussa", o della violazione delle clausole del Trattato sulle forze convenzionali in Europa (Cfe) da parte della Nato, in relazione alla questione dello scudo missilistico Usa in Polonia e nella Repubblica Ceca, o ancora del mancato rispetto degli accordi del 1992 e 1999, secondo cui era stato stabilito insieme con la Georgia che Mosca si sarebbe fatta garante della pace nell'Ossezia del Sud (a tale scopo, venivano inviate forze militari russe d'interposizione per vigilare sulla situazione), e che era obbligata, nel caso in cui una parte avesse violato tali accordi, a difendere l'altra? Qualche ripensamento sull'espansionismo di Bush si è avuto anche in Usa. Afferma il giornalista americano conservatore Patrick Buchanan: "Immaginate se fosse accaduto l'inverso. Se fosse stata Mosca a inglobare l'Europa occidentale nel Patto di Varsavia. Se avesse stabilito basi in Messico e Panama, piazzato missili e radar a Cuba, e si fosse unita alla Cina a costruire oleodotti per trasferire il greggio venezuelano e messicano nel Pacifico per imbarcarlo verso i porti asiatici. Se ci fossero consiglieri russi e cinesi ad addestrare gli eserciti latino-americani, come noi facciamo nelle repubbliche ex-sovietiche: Come avremmo reagito?" (1). Il conservatore liberale Sergio Romano, già ambasciatore a Mosca, in un'intervista rilasciata a "Rai News 24" (2) parla - voce fuori dal solito coro! - degli errori commessi dagli Usa nei confronti della Russia: "Si accusa la Russia di usare con prepotenza le sue risorse energetiche. Ma essa fa i suoi interessi, soprattutto quello di modernizzarsi e stare al passo con i paesi più sviluppati, dopo essere riuscita a liberare Gazprom e Yukos (adesso fusa dentro Rosneft) da potenti, corrotti e malavitosi oligarchi. È forse una colpa? Dick Cheney recentemente è stato a Riga, in Lettonia (maggio 2006), e ha affermato che le politiche energetiche russe verso l'Ucraina e le repubbliche Baltiche sono da considerarsi una vera e propria aggressione e come tali vanno trattate sulla base degli accordi del patto Atlantico del 1949. Se lei fosse a Mosca come giudicherebbe una dichiarazione di questo genere?".
E sempre Romano, in un articolo uscito su "Le opinioni di Panorama.it", dichiarerà: "Gli americani non hanno capito che l'adesione dell'Ucraina e della Georgia alla Nato sarebbe stata considerata a Mosca un'intollerabile invasione di campo. Non hanno capito che l'installazione di basi americane in Polonia e Repubblica Ceca sarebbe stata percepita in Russia nello stesso modo in cui gli Stati Uniti percepirono l'installazione di missili sovietici a Cuba nel 1962. Non hanno capito che Vladimir Putin è popolare nel suo paese proprio perché lo ha sollevato dallo stato di prostrazione internazionale in cui era caduto all'epoca di Boris Eltsin" (3).

La crociata neoliberista, guidata da Thatcher in Inghilterra e da Reagan negli Stati Uniti dalla fine degli anni '70, aveva adottato come fondamentale il valore delle libertà individuali strumentalmente utilizzato per il suo significato universalmente riconosciuto, allo scopo di ottenere il consenso popolare sulle pratiche neoliberiste. Sostenendo che quel valore fosse garantito dalla libertà del mercato e dello scambio, quindi minacciato dal comunismo e da tutte quelle forme interventiste che sostituivano al libero arbitrio degli individui le decisioni e il benessere collettivo, fu costruita una cultura populista del consumismo rampante, della competitività basata su avidità, cinismo ed egoismo, propria del sistema globale del mercato neo-liberista. Come affermava il sociologo francese Bourdieu, dietro il mantra ossessivo della necessità di esportare la democrazia e della difesa dei diritti umani vi era, in realtà, null'altro che "un apparato retorico che si prestava semplicemente a legittimare il progetto neoliberista su scala globale". Il declino di redditività dei settori industriali (essi avevano guidato l'espansione a partire dalla fine della seconda guerra mondiale - l'epoca d'oro del capitalismo), causa di una crisi di sovrapproduzione e sottoconsumo, che stava facendo entrare l'economia-mondo in una lunga fase di stagnazione, spinsero l'establishment americano (ed occidentale) politicamente conservatore ad assumere il già citato decalogo del "Washington Consensus" e adeguate "riforme" dettate dal FMI, dal WTO e dalla BM, con lo scopo di favorire una liberalizzazione demenziale dell'economia, deteriorando gravemente le condizioni di vita d'intere popolazioni mondiali e colonizzando economicamente interi stati - esempio: il Brasile negli anni '80 e la Russia negli anni '90 - per la conquista di nuovi mercati e frenare, quindi, "la caduta tendenziale del saggio di profitto", secondo la classica formula economica marxiana.

Per poter realizzare su scala mondiale e senza intoppi questi programmi, tale establishment doveva porsi come obiettivi centrali lo smantellamento:
  • delle socialdemocrazie europee e dei partiti comunisti dell'Occidente;
  • del comunismo sovietico e delle democrazie popolari nell'Europa centro e sud orientale e nei Balcani (più in generale, di tutto il "campo socialista");
  • delle tendenze neo-marxiste, che si erano affermate nel Terzo Mondo. Da parte dell'Occidente vi era, infatti, la consapevolezza che la battaglia contro il comunismo si sarebbe dovuta condurre non solo in Europa ma anche nei paesi "in via di sviluppo". Nel libro di Gianni Viola vi è (non a caso!) un capitolo intero - il terzo (Appendice compresa) - dedicato al Terzo Mondo, nel quale è spiegato molto bene il ruolo dell'imperialismo yankee (e del contributo determinante della Chiesa cattolica romana - di cui parlerò più avanti) nel contrastare, ad esempio, la "chiesa del popolo" nicaraguense (allineata con i sandinisti) o la "teologia della liberazione". Imperialismo che aveva contestato duramente anche scuole di pensiero come quella pedagogica di Paulo Freire, correnti economiche come la "teoria della dipendenza", divenuta molto popolare negli anni '60 e '70 per la sua critica alla teoria della modernizzazione, correnti di studio come i "subaltern studies", che rivolsero le proprie critiche contro l'idea occidentale di modernità e le sue modalità di conoscenza "orientaliste" denunciate da Said, mirando ad una decolonizzazione dei saperi ed, infine, altre correnti di studio come i "cultural studies", i "postcolonial studies" e i più recenti "decolonial studies". Come afferma lo storico Andrea Catone: "La guerra mondiale al comunismo fu combattuta con diverse armi e su più fronti, dalla guerra aperta (Corea, Vietnam), a quella 'a bassa intensità' - squadroni della morte e contras in America Latina - al colpo di stato - Indonesia, Grecia, Cile... - al sostegno a tutte le forze anticomuniste all'interno dei paesi socialisti" (4). Sorvolo su altri fatti, rientranti nella strategia statunitense di destabilizzazione dei paesi dell'Est europeo, come quello, ad esempio, ampiamente discusso da Viola nel cap. I - relativo all'attentato al Papa Giovanni Paolo II e ad esso connesso dell'invenzione della "pista bulgara" e di quella più recente della "pista sovietica" (1999); oppure quello delle Ong di emigranti dei paesi Baltici negli Usa (la più grande di queste è la "Joint Baltic-American National Committee" - JBANC), la cui direttrice generale fu sempre la "lotta contro il bolscevismo sanguinario", che dalla fine degli anni '80 - inizio anni '90 sostennero l'ingresso dei paesi del Baltico nella Nato e che attualmente hanno come compito prioritario quello di ottenere dalla Russia il risarcimento per l'occupazione sovietica delle Repubbliche baltiche. Piccolo inciso: alcuni di quegli espatriati fuggirono in America, poiché, "allo scopo di combattere il nemico sovietico invasore, erano diventati 'collaborazionisti' dei nazisti durante la II guerra mondiale" (sic!).
Per quanto riguarda la caduta dell'Urss, credo, innanzitutto, che essa sia stata il risultato dell'azione congiunta di "molteplici" fattori (non tutte le "colpe" sono, quindi, da imputare all'offensiva occidentale), tra cui - a partire dalla seconda metà degli anni Settanta:
  • il rallentamento e la stagnazione dell'economia, le disfunzioni esasperanti nella distribuzione dei beni di consumo, la qualità scadente dei prodotti, gli sprechi, le strozzature nell'attività produttiva, la distanza crescente dei livelli tecnico-scientifici e dei tassi di sviluppo rispetto al capitalismo occidentale, il deficit di democrazia (non nel senso occidentale di assenza di forme del parlamentarismo liberal-democratico, ma di svuotamento del potere decisionale dei soviet, sindacati, collettivi di lavoro e di altre organizzazioni di massa; di costituzione di una oligarchia capitalistica di stato, poiché non si era proceduto alla realizzazione della società dei produttori associati). Non vado oltre a descrivere le deformazioni e degenerazioni dell'economia e della società di tipo sovietico, poiché su questo esiste ormai una vasta letteratura. Mi preme qui sottolineare come queste "anomalie" avessero già portato l'Urss ad una crisi "sistemica", per cui la "costruzione del socialismo" in quel paese era già da tempo pesantemente compromessa. Lo dimostra il fatto che l'Unione sovietica crolla alle prime crepe provocate dal pluralismo e dall'introduzione della libertà economica. Penso che Gorbaciov almeno nella prima fase di "glasnost' e perestrojka" (1985-1988) avesse puntato a salvare il socialismo nel suo paese, dandogli un volto democratico. Nella seconda fase (1989-1991), con le sue decisioni d'introdurre l'economia di mercato, disconoscere i principi del leninismo e il modello comunista perché "inservibile", non fece altro che colpire il suo popolo e assolvere alla funzione di liquidatore del campo socialista; e così fu, infatti, con le "rivoluzioni" del 1989 e con la successiva dissoluzione dell'Urss nel 1991;
  • il fardello economico (milioni di dollari l'anno!) per il mantenimento degli stati-cuscinetto (i paesi del Patto di Varsavia), necessari all'Urss per motivi di sicurezza e, più in generale, dei paesi satelliti (esempio: Cuba, dopo che iniziò a ricevere aiuti economici e militari), con il formarsi, di conseguenza, di una voragine nei conti e la sottrazione d'ingenti risorse al "welfare" del paese;
  • il ricorso ai crediti del FMI già negli anni Ottanta, per sostenere i livelli di vita della popolazione e fronteggiare i primi segnali di disoccupazione, con l'accumulo di un debito estero spaventoso, che spinse poi negli anni Novanta la Russia post-sovietica ad adeguarsi al piano di aggiustamento strutturale voluto da FMI e BM;
  • le conseguenze delle divisioni all'interno dello stesso campo socialista e le rivolte antisovietiche nelle repubbliche democratiche dell'Europa centro-orientale;
  • il confronto internazionale sul piano militare. Gli anni 1981-1984 furono per Reagan quelli dell'aggressività in campo internazionale: l'Urss - come amava dire - "andava guardata dritta negli occhi". Egli aveva compreso che il colosso sovietico posava ormai su di una base di argilla. Decise, quindi, di dare avvio ad una politica assertiva non solo per "contenere" l'Urss, ma anche per "attaccarla" nei settori geostrategici fondamentali. Quegli anni furono quelli del confronto internazionale e del progetto difensivo missilistico spaziale chiamato SDI ("Strategic Defense Initiative", il sistema delle "Guerre Stellari"), che mandò in tilt Gorbaciov e lo spinse a ricercare la cooperazione e la distensione (l'"appeasement") con gli americani (anni 1984-1988). Sui risvolti di questa vicenda rimando al libro di Viola (Il piano di attacco "spaziale"; Cap. 1 - l'introduzione del capitalismo). Fatto sta che la politica della "non violenza" di Gorbaciov, "lasciò campo libero alla violenza unilaterale degli Usa (le prove generali furono fatte nella prima guerra del Golfo agli inizi del 1991) e a quella del mercato capitalistico, che distrusse il sistema di protezione sociale, lasciando sul terreno milioni di immiseriti e morti per fame" (Catone - op. cit.). Siamo già nell'era di Eltsin e dei suoi stretti consiglieri, i vari Gaidar e Chubais (anche qui vale l'appunto che i predatori non furono solo le multinazionali occidentali, ma anche le criminali oligarchie e lobby russe), che imbevuti degli studi economici - associati al lavoro di Milton Friedman e dei suoi "Chicago boys" - e sostenuti dall'"Havard Institute for International Development's Russia project" (finanziato dall'amministrazione Clinton) avevano completamente svenduto il paese agli oligarchi russi di prima fila e alle imprese occidentali con la politica dei "prestiti in cambio di azioni". In un articolo di Sam Husseini and Janine R. Wedel si poteva leggere: "(...) U.S. policy toward Russia has contributed to that country's sorry conditions - with the Havard Institute for International Development's Russia project (HIID) playing a major role" (5).
Sugli anni bui di Eltsin desidero solo evidenziare le tre "punte di un iceberg". Il neoliberismo russo ha generato:
  • quello che forse è stato il maggiore incremento della povertà della storia russa in un breve lasso di tempo (escludendo i periodi di guerra e le carestie), con una riduzione drastica della speranza di vita ed un aumento dei tassi di mortalità sia infantile che adulta;
  • la comparsa di nuovo sulla scena dei bezprizorniki (bambini senza fissa dimora): 200mila! E qui riprendo una frase citata nel libro di Viola: "La Russia ha conosciuto altre due ondate di 'bambini senza fissa dimora', la prima fu conseguenza della Prima Guerra Mondiale, della Rivoluzione e della guerra civile, la seconda fu causata dalla Seconda Guerra mondiale, la terza, quella attuale, è stata posta in essere dalla introduzione del capitalismo". Non sono, dunque, credibili - come afferma a ragion veduta Viola - tesi come quella sostenuta dal segretario generale della Confindustria, Cippolletta, secondo cui la nascita di un certo tipo (sottolineo di un "certo tipo") di povertà nella Russia degli anni Novanta sia addebitabile ad "una conseguenza strutturale derivata dai meccanismi del sistema sovietico (...) bensì - controbatte Viola - l'evidente risultato di precise scelte politiche ed economiche in direzione del neoliberismo che, in tutto il mondo, presenta (...) condizioni d'ingiustizia e di degrado umano";
  • un mondo criminale senza precedenti. A questo proposito rinvio alla lettura del libretto di Claudio Fracassi "Russia. Che succede nel paese più grande del mondo" (1996), dove è ben documentato l'intreccio tra politica, economia e criminalità russa. Ha fatto bene Viola a dedicare una parte del suo libro ai temi della corruzione e della criminalità russe, poiché "l'introduzione dei meccanismi capitalistici, dunque del libero mercato, ha favorito (...) il crimine organizzato...", potendo, inoltre, contare quest'ultimo sulle "strutture portanti dello Stato" e, dunque, proliferare molto bene in quell'humus.
In seguito Putin ha modificato il volto della Russia di Eltsin e della sua cricca (lasciando solo intatta la nuova costituzione che affidava un potere quasi illimitato al presidente). Ha stabilizzato il paese, ha risollevato le sue sorti (con la riduzione dei capitali in libera uscita, lo sviluppo del complesso militare industriale, l'aumento dei consumi interni, il completo rimborso del debito estero pubblico), mettendo fine alla disintegrazione nazionale e costruendo una nuova immagine della Russia a livello internazionale. Con le riserve considerevoli di petrolio, gas e minerali preziosi, che la pongono fra i fornitori leader delle materie prime nel mondo, la Russia sta acquisendo un peso geopolitico sempre più attivo sullo scacchiere mondiale. Certo, il paese è ancora ostaggio di una crescita fondata sull'export di idrocarburi. Molti problemi di natura strutturale restano ancora aperti e senza risposta: la disoccupazione, la sperequazione sociale, la povertà endemica, il serio declino demografico. Preoccupante è il clima di centrismo, autoritarismo e nazionalismo che si respira nel paese. Il nuovo presidente Medvedev non ha sostanzialmente modificato nulla della politica a cui si è ispirato Putin.

Obiettivo di Reagan fu anche quello di allearsi con Papa Giovanni Paolo II, soprattutto sul fronte polacco nella rivolta di Solidarnosc, guidata da Lech Walesa, per aprire falle nell'impero sovietico e nutrirle con la propaganda e il sostegno emotivo (memorabile il discorso ai piedi del Muro di Berlino da parte di Reagan, con la frase "Mr. Gorbaciov, abbatta questo muro"). Gorbaciov stesso espresse poi parole di apprezzamento per il ruolo svolto da Wojtyla nella demolizione dei regimi comunisti. Ai tempi della sua collaborazione giornalistica con "La Stampa", l'ex presidente russo ebbe modo di scrivere in un articolo del 3-03-1992: "Oggi possiamo dire che tutto ciò che è successo in Europa orientale in questi ultimi anni non sarebbe stato possibile senza la presenza di questo Papa, senza il grande ruolo, anche politico, che lui ha saputo giocare." Parole che Carl Bernstein - autore nel febbraio 2002 dell'inchiesta sul "patto segreto" tra Reagan e Wojtyla per l'appoggio a Solidarnosc e lo scardinamento, per tale via, del regime comunista polacco - ha definito, nell'aprile '92, nella sua prima corrispondenza per "Il Sabato", come il "disvelamento di uno dei più grandi segreti del secolo ventesimo". All'ex presidente polacco Walesa, intervistato da Jas Gawronski per "La Stampa" (9-05-93), fu posta la seguente domanda: "Chi ha determinato il crollo del comunismo? Sarebbe d'accordo su una classifica di questo genere: Giovanni Paolo II, Walesa, Gorbaciov, Reagan". La risposta fu: "Certamente il ruolo del Papa è stato molto importante, direi determinante. Gli altri sono tutti anelli della catena...". Dopo che il 24-02-92 il "Time" pubblicò l'inchiesta di Carl Bernstein sul "patto segreto" tra Reagan e Wojtyla (con molti dettagli relativi, ad esempio, al ponte radio istituito tra il Vaticano e il cardinale Józef Glemp, a Radio Free Europe e Radio Liberty, trasmissioni per molti anni associate alla CIA, all'"arruolamento" da parte della CIA del vice-ministro polacco della Difesa, o al fiume di quattrini americani inviati in Polonia a sorreggere il sindacato di Solidarnosc) ci fu imbarazzo negli ambienti vaticani. Non, invece, da parte di Reagan, il quale non negò mai (vedi fascicolo di "Panorama" del 22-03-1992) che il suo intento e quello di Wojtyla fu fin dall'inizio quello di unirsi per sconfiggere "ovunque" le forze del comunismo. "Ovunque". Viola dedica una parte del suo libro allo schieramento del Vaticano anche contro i fautori del "Vangelo dei poveri" in America Latina, alle pesanti pressioni ecclesiastiche verso gli esponenti della Teologia della liberazione (è il caso dell'ex frate francescano Leonardo Boff) e ai silenzi del Papa "che non disse mai una parola sulla compromissione della Chiesa con i militari, e si rifiutò di incontrare le Madri della Plaza de Mayo, donne che avevano visto i loro cari scomparire nel nulla, rapiti dai militari, e che da anni chiedevano giustizia marciando attorno alla famosa piazza della capitale argentina" (Viola). Per gli Stati Uniti era importante, inoltre, che il Papa non condannasse i "contras" nicaraguensi ("venerati da Reagan come 'combattenti per la libertà'"), l'aiuto militare al governo salvadoregno ecc. "La formula americana che Vernon Walters aveva delineato dinanzi a Wojtyla per trattare con quei regimi - incoraggiare la transizione verso la democrazia cercando di bloccare le forze di sinistra allineate con Cuba e l'Urss, ora era anche la politica del Vaticano" (Viola).

Il neoliberismo ha fomentato conflitti nazionali assopiti e il terrorismo globale, manipolato identità ed esasperato i fanatismi religiosi, destabilizzando il "nuovo ordine mondiale". Per Samuel Huntington - in questo certamente più realista e lungimirante di Fukuyama - quello che è avvenuto a partire dal crollo del comunismo non è stato tanto il trionfo della democrazia liberale su larga scala quanto il trionfo, appunto, dell'odio etnico, del nazionalismo e del fondamentalismo religioso.
L'etnonazionalismo e l'integralismo religioso sono fenomeni complessi, che stanno investendo molti paesi. Esistono, delle profonde differenze tra i vari etnonazionalismi e integralismi, riconducibili alla loro diversa genesi, alla posizione che essi occupano nei vari paesi e alle differenti capacità che hanno di mobilitare le masse. Per quanto riguarda i paesi dell'Est europeo, già pochi anni dopo la caduta del Muro, la spinta dell'orgoglio nazionale divenne più forte del fascino del mercato e del pluralismo. Nuovi leader e nuovi partiti abbracciarono il revanscismo, lo sciovinismo nazionalista, il populismo xenofobo, il fondamentalismo cattolico (vedi Polonia), anche come risposta al neoliberismo imperniato sulle terapie shock del FMI e della BM. Oggi, l'acuirsi della recessione economica mondiale ha intensificato questi fenomeni: la destra xenofoba avanza in tutta Europa, con un boom che caratterizza in particolare la sua parte orientale. Anche la Russia ed altri paesi dell'ex Urss (in alcuni dei quali si sono affermati, nel frattempo, regimi autoritari - esempio: repubbliche dell'Asia Centrale) si confrontano con queste manifestazioni. Il loro rafforzamento può facilmente tradursi in "venti di guerra" in un quadro internazionale già avverso, che racchiude enormi pericoli per la stabilità e la sicurezza nel mondo, e dove, superata l'epoca del bipolarismo, si sta sempre più delineando una nuova epoca multipolare (l'opposto di quanto predicato dagli apologeti della globalizzazione, che avevano pronosticato l'avvento dello stato cosmopolita e il tramonto degli stati nazionali), con il declino dell'egemonia statunitense e l'imperiosa ascesa di altri stati e continenti, in primis dell'Asia orientale - e, di conseguenza, con le incerte prospettive di riorganizzazione dell'ordine mondiale che i mutati equilibri nei rapporti di forza su scala planetaria hanno indubbiamente aperto.

Cristina Carpinelli

Note:
1. In luposimo.org.
2. "Sergio Romano, una voce fuori dal coro", 26-08-2008. In: ruvr.ru.
3. "Romano:Sulla Georgia, due pesi e due misure". In: "Le opinioni di Panorama.it", 22 agosto 2008.
4. "Sviluppo e crisi del 'socialismo reale'", in: "1917-2007 novantesimo anniversario della rivoluzione di ottobre" - atti del convegno organizzato dal "Comitato 7 novembre" (a cura di Cristina Carpinelli), nov. 2008, pag. 66.
5. Harvard's "Best and Brightest" Aided Russia's Economic Ruin Institute that advised "reform" fed corruption. In: FAIR - January.February 2000.
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